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DDL Gelmini e posizione dei ricercatori universitari

Nota dell’Ufficio Studi CSA della CISAL Università

DDL Gelmini e posizione dei ricercatori universitari

L’analisi sul disegno di legge Gelmini e sulla posizione dei ricercatori universitari non deve far passare in secondo piano le problematiche dei ricercatori universitari impegnati nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università Italiane.

E’ su questa categoria di personale che vogliamo incentrare il nostro intervento non solo per evidenziare queste problematiche ma anche perché partendo da queste apparirà ancora più evidente quello che si paventa per le altre categorie di ricercatori.

Bisogna premettere che i ricercatori medici sono stati destinatari di un trattamento giuridico e normativo diverso da quello degli altri ricercatori universitari in ragione del fatto che gli stessi sono impegnati oltre che nelle attività di didattica e di ricerca, al pari di tutti gli altri ricercatori, anche nelle attività assistenziali, perseguite dalle Aziende Ospedaliere delle Università alle dipendenze delle quali essi sono in forza. Essi dunque svolgono unitamente alle attività del profilo di appartenenza l’attività assistenziale al pari dei loro colleghi laureati in medicina che prestano servizio quali dirigenti medici nelle strutture ospedaliere del SSN.

Il legislatore italiano nell’ultimo decennio è continuamente intervenuto per ridefinire il loro trattamento economico e normativo con conseguenze “devastanti” per la categoria messe in atto sia da maggioranze di centrodestra (decreto Moratti) e sia da maggioranze di centrosinistra (Legge Bindi).

Va detto subito che all’esito dei provvedimenti di riforma, come più volte Codesta Organizzazione sindacale ha denunciato in rappresentanza della categoria, possiamo tranquillamente ( - per modo di dire - e solo nel senso di non temere smentite!) affermare che oggi i ricercatori universitari delle facoltà mediche sono in una posizione meno tutelata nelle loro prospettive di carriera e ricevono trattamenti economici di gran lunga inferiori a quelli in vigore prima delle intervenute modifiche legislative. Infatti, precedentemente, per la definizione del loro trattamento economico complessivo, trovava applicazione il c.d. principio perequativo, attuato attraverso il riconoscimento della indennità de Maria o art. 31 DPR 761/79. Il mantenimento di tale principio consentiva ai ricercatori universitari di incrementare le loro retribuzioni universitarie, spettanti in virtù della loro inclusione nei ruoli della docenza, al fine di vedersi parificare il trattamento economico con quello del personale dirigente medico dipendente delle aziende del SSN. Tale principio, più volte passato al vaglio anche della Corte Costituzionale che ne ha sempre rilevato la piena legittimità stante l’identità di mansioni e di funzioni tra le due categorie, permetteva praticamente di far sì che un ricercatore del Policlinico impegnato nelle attività assistenziali guadagnasse almeno quanto un dirigente medico di una ASL.

D’altro canto, l’assistenza medica in Italia poteva essere orgogliosa e vantarsi del fatto che a seguire i propri pazienti, indistintamente ricoverati presso strutture universitarie o ospedaliere, fossero direttamente i soggetti che realizzavano e seguivano quelle ricerche mediche che richiedevano costanti aggiornamenti per essere al passo con i tempi. La scienza medica, di contro, si arricchiva costantemente di una casistica empirica, unico terreno fertile in cui potevano proliferare le innovazioni e le scoperte scientifiche. L’inscindibilità tra ricerca ed assistenza era, per dirla in breve, a vantaggio della collettività tutta.

Detti principi, unanimemente condivisi e pacificamente in vigore almeno sino all’approvazione della L. 517/99, sono stati poi travolti dalle recenti interpretazioni giurisprudenziali delle norme di riforma del trattamento economico del personale docente delle facoltà mediche, che nell’intento di valorizzare la posizione del docente universitario nelle aziende policlinico, ha finito per infliggere una grave mortificazione economica al personale ricercatore, con le conseguenze che di qui a breve vedremo.

Premesso che non è qui la sede per approfondire tali evoluzioni legislative e giurisprudenziali né altri tecnicismi strettamente connessi a detta materia e che rinviamo sul punto a quanto già elaborato dal nostro Ufficio Studi nazionale, val la pena di rilevare in questa sede come il perseguimento di strategie meramente aziendalistiche legate unicamente alla ricerca del profitto e del mercato, se applicate al settore della ricerca medica, al pari di quella tecnico scientifica, non può avere altro effetto che quello di comportare inevitabilmente la distruzione della ricerca stessa.

Nel caso concreto delle retribuzioni dei ricercatori medici, l’abbandono del principio equiparativo, fino a ieri in vigore, a vantaggio delle logiche aziendalistiche e del profitto, produrrà inevitabilmente l’illogica conseguenza per cui un laureato in medicina inseguirà con maggiore impegno un posto di lavoro come dipendente di una ASL, magari inseguendo una prospettiva di carriera manageriale, facendo solo assistenza e guadagnando di più, anziché ricercare occupazione in una università, dove unitamente all’assistenza si dovrà fare anche la ricerca, ma dove, per questa non si guadagna niente, non si fa carriera e non si porta a casa nemmeno lo stipendio di un omologo collega ospedaliero. Non c’è chi non veda come tutto ciò depotenzi la ricerca medico scientifica e porterà inevitabilmente ad un superamento di quella inscindibilità sopra citata che si era detto fissata a vantaggio della collettività tutta. La frustrazione economica spingerà sempre più i ricercatori medici a ricercare lavoro all’estero dove si potrà continuare a fare ricerca anche grazie ad un flusso costante e sempre maggiore di risorse investite.

A tal punto a chi non crede nella valenza strategica della ricerca medica e crede che sia possibile sostituire ai camici bianchi i doppiopetto grigi, pensando di trasformare le professioni mediche in professioni manageriali, sempre attente al budget ed incuranti della ricerca, a chi pensa questo solo per trovare una ragione per le responsabilità di una malasanità che invece vengono da molto più lontano, vogliamo dire che si stanno creando le premesse per la distruzione di una categoria prestigiosa di pubblici dipendenti, che non ci porterà da nessuna parte, e le premesse per la costruzione di una sanità pubblica forse efficiente, forse meno spendacciona, ma vecchia ed obsoleta, non al passo con la ricerca scientifica e non adeguata alle esigenze di una collettività.

Questo meccanismo sotteso a tutti i procedimenti riformatori delle carriere universitarie, a nostro dire, priva la ricerca non solo di fondi e finanziamenti, pur essenziali per la sua sopravvivenza, ma soprattutto di intelligenze e cervelli che sono l’anima stessa della ricerca italiana. Da qui il nostro grido di allarme e l’invito alla coesione sindacale per far sì che si arresti questo processo a tutti gli effetti incompatibile con le esigenze della ricerca italiana ed affinchè si imbocchi una nuova via, quella della consapevolezza della valenza strategica della ricerca in tutti i settori produttivi.

Avv. Nerino Allocati

P. L’UFFICIO STUDI CSA della CISAL UNIVERSITÀ

 
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