Il Primo Maggio non è una ricorrenza da calendario.
Non è un palco, non è un rituale, non è una celebrazione svuotata.
È nato da lotte vere.
Dalla conquista delle otto ore.
Dal sangue di chi ha pagato per dare dignità al lavoro — come a Portella della Ginestra.
Era coscienza collettiva, prima ancora che festa.
Oggi, invece, rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: un appuntamento simbolico, spesso più vicino all’intrattenimento che alla realtà quotidiana di milioni di lavoratori.
E mentre si celebra, il lavoro – soprattutto quello pubblico – resta ai margini.
Università, la Scuola e gli enti di ricerca continuano a vivere condizioni sempre più difficili:
stipendi lontani dagli standard europei, carichi crescenti, riconoscimento insufficiente.
Una marginalità che attraversa governi diversi, senza cambiare davvero.
Il punto è semplice:
non possiamo permetterci un Primo Maggio che non faccia pensare.
Serve tornare al senso originario:
riflettere su ciò che è stato conquistato, su ciò che stiamo perdendo, su ciò che va difeso.
Perché il lavoro non è solo economia.
È dignità. È futuro. È democrazia.
E quando il lavoro perde dignità,
la perde un intero Paese.
FGU Università
